L’Odissea

Dare vita all’immaginario, addirittura a qualcosa di così antico, parte integrante della nostra cultura, è arduo. Ma siamo abituati al desiderio di stupire di Nolan, alle sue ambizioni, agli eccessi. A colpire qui, prima di tutto, è il suono, la disperazione dell’acqua, quella di Polifemo, la colonna sonora di ciò che vediamo e di ciò che non sentiamo, il canto delle sirene, fino al silenzio e alla corda di un arco che viene tesa, suonata. Un po’ come il colpo solo di De Niro ne il Cacciatore. Poi c’è la riflessione su un Ulisse Deux ex machina, consapevole solo alla fine del disastro, di essere colui che ha permesso la barbarie nella civiltà, di aver permesso la miseria dell’essere umano e aver giustificato gli orrori del mondo successivo. Schiacciato dalla colpa come Oppenheimer. C’è anche un po’ l’idea per la quale, in questo shock post traumatico, non sia riuscito (o non abbia voluto) tornare a casa. Poi c’è tutto il resto, quel desiderio, tipico di Nolan, di voler sottolineare e spiegare tutto che non giova a una storia che nel mistero e nelle possibilità ha le sue forze. Il mito vive di non detto, di ombre e interpretazioni. Nolan è ambizioso, audace. Multiforme. Come il suo protagonista. Qualità che a volte si ritorcono contro

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